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Revue d'Histoire Celtique
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Sommario del
numero 5: Il Principe e la luna Astronomia nel Tumulo Celtico di Eberdingen-Hochdorf di Adriano Gaspani
Abstract: Abrégé:
Nel 1978/79 nei pressi di Eberdingen-Hochdorf nella
regione del Baden-Wurttenberg, nella Germania Meridionale,
fu scavato un tumulo celtico di forma circolare, in terra e
pietre, risalente al periodo Hallstattiano recente
cioè intorno al VI secolo a.C.
di Liam A. Silcan
Abstract: Abrégé:
È ipotizzato da alcuni autori che, agli inizi del primo millennio avanti Cristo, i Salassi fossero una tribù celtica residente da qualche parte dell'Europa Centrale, nell'orbita della cultura di Hallstatt, derivando così il nome, forse, dal commercio del sale (celtico "saa", gaelico moderno "salann", latino "sal") o, come proposto in passato da D'Arbois de Jubainville, dal fatto di provenire dalla zona del fiume Saal affluente dell'Elba. Probabilmente per un eccesso di popolazione dovuto all'aumentato benessere legato ai commerci del sale e al fiorire della cultura di Hallstatt, come accadde spesso a quei tempi, ad un certo punto la tribù si divise e mentre una parte dei Salassi sarebbe rimasta ad occupare i siti aviti, l'altra si mosse lungo l'antica Via del Sale che, partendo dalle miniere di Hallstatt, attraverso vari valichi alpini, giungendo sino al Mediterraneo lungo una serie di percorsi alternativi di cui rimane traccia nei toponimi più antichi. Di qui i Salassi giunsero ad insediarsi in Canavese e Valle d'Aosta, uno dei nodi cruciali di tali transiti, per esercitarvi il proprio controllo. Anche qui, come in tutti gli altri casi, dovette aver luogo una sostanziale sovrapposizione con i gruppi umani già stanziati in zona al tempo del loro arrivo. Daltronde, di una più che probabile separazione dei Salassi da un nucleo principale rimasto nelle aree danubiane, permane comunque traccia nella stessa storia bellica romana. Nel 53 a.C., come narrato da Appiano Marcellino, i generali romani Antistio Vetere e Messala Corvino, nel corso delle guerre Illiriche nelle marche danubiane del Norico, si scontrarono tra le altre proprio con la tribù dei Salassi. In Valle d'Aosta, finora, sono decisamente pochi i reperti ufficialmente attribuiti ai Salassi e in assenza di una campagna di scavi studiata a tavolino e accuratamente pianificata con l'ausilio di prospezioni aeree, non resta che sperare in qualche fortuito ritrovamento sufficientemente importante da rilanciare l'interesse per una ricerca più accurata. Per quanto attiene ai siti celtici della Valle d'Aosta, basta attenersi quelli attestati dalla toponomastica, come l'antica cittadella Salassa di "Arebrigium" da "are" presso, e "briga" altura. Arebrigium (Arvier) si può dunque tradurre come "luogo posto presso la rocca" o ""ai piedi delle cime", si possono ricordare i villaggi di Bard (toponimo comune su entrambi i versanti del Monte Bianco, può farsi risalire dal gallico "barro" sommità cinta di legno, in irlandese "burr": cima, in gallese "bur": testa, sommità), Chambave (derivato dal gallico "camb" ricurvo in gallese "camm", e dal suffisso "ava"), Ronc (in gallico "collina") ecc. Può qui essere interessante ricordare anche le annotazioni di alcuni degli studiosi del passato, testimoni di ritrovamenti fortuiti di reperti oggi purtroppo dispersi. Annosa e discussa è la affermazione del De Tillier circa l'esistenza di una capitale dei Salassi, Cordela, che sarebbe dovuta sorgere nei pressi o nella stessa area ove oggi sorge la città di Aosta. Il ricco apparato mitico con cui egli presentò i Salassi come discendenti nientemeno che del semidio Ercole, gettò però nel discredito tutte le sue tesi sugli stessi e le teoria di Cordela resta a tutt'oggi ancora da verificare sul campo degli scavi archeologici. Il Tibaldi definisce i Salassi come precipuamente "dediti alla pastorizia e alla caccia", riportando, tra altri più comuni e generici, un dato specifico estremamente interessante per la luce che getta sugli aspetti di vita quotidiana. "Non si può mettere in dubbio il fatto che una quantità ragguardevole di cinghiali o porci selvatici albergasse nelle selve valdostane. Ogni sterro che si eseguisca nella città rinvengonsi sempre numerosi grifi e zanne di questi pachidermi." E a questo proposito è notorio che il cinghiale era uno degli animali simbolici tra i più presenti nella cultura dei Celti, mentre il maiale selvatico era allevato e cacciato in tutti i loro insediamenti. Ancora una volta ne troviamo conferma nelle ballate irlandesi e gallesi, giunte sino a noi attraverso i secoli più bui grazie all'opera dei monaci amanuensi cristiani, quando ci parlano dei banchetti, sottolineando come cinghiale e maiale selvatico fossero considerati il piatto più apprezzato, quello da cui veniva preteso il boccone dell'eroe, causa di tante epiche lotte. Se il primo a scrivere delle Alpi Occidentali fu Erodoto nel V° secolo a.C. nelle sue "Storie", fu invece Plinio il Vecchio nella sua "Storia Naturale" a introdurre per la prima volta i Salassi nella Storia scritta, narrando della sconfitta romana del 143 a.C. A quell'epoca, dei Salassi, gli autori classici già sapevano di come estraessero l'oro, forse più dal lavaggio delle sabbie aurifere della Dora Baltea che non da effettive miniere, peraltro sempre miticamente descritte ma mai trovate. (Verosimilmente alcune di queste potevano essersi trovate nella Bassa Valle d'Aosta, lungo la dorsale della Val d'Ayas come proposto da Bessone.) Plinio, dal canto suo, ci precisa che le miniere dei Salassi si estendevano fino a Vercelli, mentre Strabone narra di come il vasto impiego di acque nel lavaggio delle sabbie aurifere causasse continui attriti con le popolazioni agricole della piana, a quel tempo già alleate dei Romani. Nel 143 a.C., durante il Consolato di Appio Claudio, proprio sfruttando uno di questi pretesti, i Romani inviarono le legioni ad affrontare i Salassi, subendo però un terribile rovescio, nel quale l'esercito romano, per loro stessa ammissione, perse più di 5.000 uomini. Lo scontro avvenne probabilmente sul confine delle terre salasse con quelle dei Taurini alleati di Roma. Il fatto che la tradizione designi quale luogo dell'ultima grande vittoria salassa sui romani le campagne tra Verolengo e Brandizzo è significativo di quanto dovesse estendersi la loro influenza ai tempi di massima espansione. Tre anni più tardi, nell'estate del 140 a.C. furono i Romani a vincere, e questa volta i Salassi e le tribù loro collegate dovettero ritirarsi nelle valli montane, cedendo le loro aree estrattive meridionali, compresi i famosi sabbioni della Bessa, da allora in poi sfruttati dai Romani stessi. Appio Claudio per quella vittoria, avendo ucciso più di cinquemila nemici come prescritto, chiese al Senato di Roma di poter celebrare il trionfo; ma in considerazione della sua precedente clamorosa sconfitta tale onore non gli fu accordato, ed egli, per non rinunciarvi, se ne accollò direttamente le spese, aggirando così il divieto del Senato. Nel 100 avanti Cristo il Senato Romano decise la deduzione in colonia militare di Eporedia (Ivrea) con lo scopo dichiarato di sbarrare la via della pianura alle continue scorrerie e saccheggi operati dai Salassi. Fattori non dichiarati, ma certo non meno determinanti nella deduzione della nuova colonia (che peraltro non servì mai a nulla come argine militare alle periodiche calate a valle dei saccheggiatori Celti come ci informa lo stesso Strabone), furono l'importanza commerciale, dell'ubicazione di Ivrea e la necessità di assegnare la terra ai circa tremila ex-legionari che vennero premiati con un podere per il loro ventennio di servizio, e che vi si stabilirono, come coloni, con familiari, servi e schiavi. Insediamenti Salassi dovettero tuttavia sopravvivere nel Canavese ancora per parecchi anni senza venir mai del tutto cancellati, come confermato da vari toponimi, quali ad esempio quelli dei paesi di Salassa e di Salussola nei pressi di Ivrea. Negli anni seguenti, nonostante la crescente influenza romana sui Celti Cisalpini, i Salassi mantennero una notevole indipendenza non disdegnando spesso di provocare pericolosamente il gigante Romano.
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