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Sommario
del numero 6
Editoriale
pag. 1
Le
origini celtiche della simbologia
Templare
di Giulio Malvani pag. 3
L'enigma
della stele di
Turoe
di Adriano Gaspani pag. 10
I
Celti discendono dai
Sumeri?
di Manlio Farinacci pag. 14
Segnalazioni:
Wittnauer Horn
di Liam A. Silcan pag. 19
Agenda: Manifestazioni
Celtiche
di Marco Violet pag. 18
Recensioni:
Historia Regum Britanniae
di Goffredo di Monmouth pag. 2
Il Romanzo di Artù
di Stephen Lawhead pag. 9
Il Romanzo di Excalibur
di Bernard Cornwell pag. 9
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Editoriale
L'origine
lontana delle genti dette "celtiche" è
tuttora un argomento controverso, sebbene le
principali scuole archeologiche concordino con la
visione di un ceppo indoeuropeo che, dopo un
più o meno lungo stanziamento nelle steppe
caucasiche a contatto diretto con popolazioni
scitiche, si sarebbe messo in marcia verso il
Centro-Europa, giungendovi alfine attraverso i
Balcani e dilagandovi attraverso la pianura Padana
e il corso dell'alto Danubio. Ma prima, in
quell'oscura epoca che vide genti indoeuropee
invadere l'egitto e farvi fiorire la
civiltà, fondare gli imperi degli Hittiti e
dei Marcomanni, dilagare in Grecia dando il via
alla "cultura classica" e colonizzare il Lazio
ponendo le basi della grandezza di Roma; prima di
tutto ciò, chi erano questi "indoeuropei"?
Un originale
contributo alle possibili risposte a questa domanda
viene qui presentato dall'intervento del Dottor
Farinacci, che certo in futuro farà molto
discutere.
Venendo a
contatto con i popoli megalitici che già
popolavano l'Europa i Celti, più di altri
gruppi indoeuropei, vi si mescolarono e ne
assorbirono profonde conoscenze
matematico-astronomiche che ancora oggi affascinano
gli archeoastronomi. "L'enigma della stele di
Turoe" scritto dal Dottor Adriano Gaspani, ormai
noto su queste pagine, ci avvicina un po' di
più proprio a questo tipo di problematiche,
ponendo l'accento sui dati archeologici e sulle
domande senza risposta che da essi
scaturiscono.
Ma
poiché la storia umana non passa senza
lasciare qualche traccia nelle leggende e nel
simbolismo, ecco a completare questo numero della
"Revue" un affascinante studio del Dottor Giulio
Malvani sulle origini celtiche della simbologia dei
Cavalieri del Tempio, più comunemente detti
"Templari".
I rituali, le
simbologie iconografiche e le leggende sviluppatisi
intorno al loro Ordine non lasciano dubbi sulla
matrice culturale delle loro conoscenze esoteriche,
più complesso e intrigante diviene invece lo
scoprire attraverso quali canali essi alimentarono
le proprie conoscenze.
Un numero,
questo, decisamente meno archeologico e forse
più "filosofico" di quanto sia consueto per
la "Revue"; ma siamo in fine d'anno ed in questo
periodo i momenti di maggior riflessione e,
perché no, talvolta anche di ipotesi a ruota
libera, non solo sono consuetudine, ma talvolta
possono essere persino utili a svelare nuove e
più profique vie di indagine.
S.C.
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Le
origini celtiche della simbologia templare
di Giulio
Malvani
Abstract:
The origins
and the mysteries of the
Templar
by Giulio Malvani
The only thing we have
that tells us about the origin of the Templar is
"The story of the crusades" written by Guglielmo di
Tiro in which the first builders were french and
flemish ryders coming in particular from those
lands where the waters are running into the
Channel, in the north-west. This is very important
as these lands has conserved much better their
celtic origins than those of the "Provence" and the
"Borgogne" where the Latin has been early
introduced.
If we study the symbols of
the Templar Order we can see the connections with
traditions and myths of the celtic
world.
Les origines
et les mysteres des Templiers
de Giulio
Malvani
La seule source qui nous
parvient sur l'origine de l'Ordre du Temple est
"L'histoire des cruisades" de Guglielmo di Tiro
selon lequel les premiers bâtisseurs seraient
tous des chevaliers français et flamands
provenant surtout de ce réseau idrographique
qui conduit ses eaux à nord-ouest dans la
Manche. Ce fait est extrèmement important vu
que ces terres par rapport à celles plus
latinisées de la Provence et de la Borgogne,
avient beaucoup plus conservé les traces de
l'ancienne civilisation celtique. D'une analyse du
symbolisme templier on peut reconstruire toute une
série de liens avec les traditions et les
mythes celtiques.
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Circa l'origine
dell'Ordine del Tempio, l'unica fonte seria di cui
disponiamo è la Storia delle Crociate di
Guglielmo di Tiro, dove così si legge:
"...nelle mani del Patriarca di Gerusalemme
votarono castità, povertà e
obbedienza... e furono soprattutto due cavalieri il
cui nome era Ugo de Paiens, di Troyes e Goffredo di
Saint Omer, e gli altri mostrarono di fare la
medesima cosa."
Ma chi furono questi altri? Di sicuro non si sa,
di solito si fanno i nomi di Pagano di Montdidier,
di Arcibaldo di Saint-Amand, di Andrea di Montbard
(zio di San Bernardo), di Goffredo di Bissot (o
Bissol), di Ugo di Champagne e di Tibaldo conte di
Brie (anch'essa località dello Champagne).
Comunque sia, sono tutti cavalieri francesi e
fiamminghi provenienti, in gran parte, da quel
bacino idrografico le cui acque vanno, a
nord-ovest, nella Manica.
È importante questo? Sì,
perché queste terre, a differenza di quelle
più latinizzate della Provenza e,
subordinatamente della Borgogna, avevano
maggiormente conservato l'impronta dell'antica
civiltà celtica (o gallica, che è la
medesima cosa). Quell'impronta cioè (cito le
parole di J. Markale) "che ha dato al mondo
occidentale il gusto dell'avventura e del rischio,
opponendosi alla staticità della
civiltà greco romana. Non si è
tentato nulla di grande che non affondi le radici
nel pensiero celtico. Esiste, alla base di questo
atteggiamento, una forza dinamica che rifiuta la
quiete, spezza gli angusti limiti dell'arbitrio
della ragione, sempre immobile. Il Celta si nutre
del passato per costruire l'avvenire e ha sempre lo
sguardo volto al difuori, al disopra del reale,
verso il mito di Avallon e la magica Terra
dell'Eterna Giovinezza (che altro non è se
non il nostro Regno dei Morti)~.
Una tale mentalità, è evidente,
ben si presta di fare da supporto all'ardito sogno
templare che, come noto, si propone di conquistare
il Paradiso con la forza delle armi, fidando
unicamente in se stessi e nell'aiuto della
B.V.Maria, la più nobile e pura di tutte le
Dame, e come tale la sola degna di essere invocata
ed amata dall'Alta Cavalleria.
I Templari: ossia, dunque e con ogni
probabilità, dei cavalieri nelle cui vene
scorreva il sangue dei Celti... ma dove possiamo
trovare qualcosa che consenta di convalidare questa
ipotesi? Nella letteratura celtica, è ovvio,
ma non in quella di Francia (del tutto inesisten
te) bensì in quella delle Isole Britanniche,
ossia in quella gallese ed irlandese (le uniche
giunte a noi). Terre, queste del Galles e
dell'lrlanda, forse troppo lontane dalla Francia,
dalla culla geografica del Tempio? Oggi forse
sì, ma non certo al tempo dei Celti o del
medioevo, poiché allora la Manica univa
assai più che separare, sì che le
terre continentali della Gallia del nord-ovest
(ossia del bacino della Manica) formavano
praticamente un tutt'uno con quelle insulari della
Gran Bretagna, e su entrambe le sponde abitavano
popoli di stirpe celtica, resi ancor più
fratelli dall'avere spesso subìto, nel corso
dei secoli, le medesime traversie. Alcuni episodi
confermano l'asserto:
-quando Cesare (nel 57-56 a.C.) sottomette
Belgica, Bretagna e Normandia, molti abitanti di
quelle terre si rifugiano in Inghilterra;
-nel55-54a.C.:Cesare sbarca in GranBretagna,
soprattutto per togliere ai Galli ogni illusione
circa la forza dei loro fratelli isolani e la
conseguente possibilità di ricevere aiuti da
parte di questi;
-IV-IX sec. d.C.: le invasioni dei Sassoni e dei
Normanni (o Vichinghi) attivano un continuo flusso
migratorio dalle isole britanniche verso il
continente, con particolare riguardo alla penisola
brettone;
-1066: battaglia di Hastings, a seguito della
quale il duca di Normandia (Guglielmo il
Conquistatore) diviene anche re d'Inghilterra (si
noti come in tale occasione l'esercito di Guglielmo
fosse costituito, per oltre un terzo, da Brettoni,
ansiosi di rimettere piede su quelle terre da cui
erano stati cacciati, come sopra si è
detto);
-1154: Enrico II Plantageneto cinge la corona
d'Inghilterra ed unifica, sotto il suo scettro, le
terre dell'isola con quelle continentali ed avite
dell'Angiò e della Normandia (sulla Manica)
nonché con quelle dell'Aquitania e del
Poitou (affacciantesi sull'Atlantico e portategli
in dote da Eleonora d'Aquitania). «Allora,
-nota un cronista,- alla corte di Londra si parlava
francese non meno che a Parigi».
A riprova della comunione spirituale a quei
tempi esistente fra i popoli d'Inghiterra e quelli
della Gallia sul versante della Manica (della culla
del Templarismo, cioè) si ricorda come,
subito dopo il Concilio di Troyes, il gran maestro
Ugo di Payns abbia iniziato la sua campagna di
reclutamento -e di ricerca di fondi- recandosi in
Normandia e, subito dopo, in Inghilterra. Il
ricordo di tale viaggio è negli Annali del
monastero di Waverlia, dove si legge: «... in
quell'anno (1128) venne in Inghilterra Ugo de
Payns, Maestro della Milizia del Tempio di
Gemsalemme, accompagnato da due cavalieri e da due
chierici, e percorse tutto questo paese fino alla
.Scozia, reclutando per Gerusalemme, e molti
presero la croce e partirono, in quello e nell'anno
seguente, per Gerusalemme». L' anno dopo Ugo
de Payns si recò nell'Angiò, mentre
Goffredo di Saint-Omer percorse la Fiandra.
Tutte terre celtiche, dunque, poiché qui
-fra i Celti e gli eredi dei Celti- era più
facile trovare gente battagliera, generosa,
impulsiva, entusiasta e soprattutto desiderosa di
instaurare, fin da questa vita, stretti contatti
con l'Aldilà.
Quell'Aldilà che i Cristiani chiamavano
"Paradiso", e che i Celti menzionavano con innumeri
e dolcissimi nomi, testimonianti la loro
aspirazione ad una vita di assoluta
spiritualità (essi lo dicevano, ad esempio,
MagMell, "la piana meravigliosa"; Mag Findargat,
"la piana d'argento bianco lucente"; Argatnel, "la
nuvola d'argento"; Avallon, "l'isola dei pomi del
divino sapere"; "castello delle pulzelle", dove le
"pulzelle" erano le anime pure e incontaminate; e
via dicendo, con infiniti nomi quasi che
l'Aldilà fosse il loro unico amore).
I Templari: ossia l'ultimo grande rifiorire
della mentalità e soprattutto della
sensibilità celtica. Una conferma di questo
asserto la troviamo nel fatto che i misteri di
Bafometto, di Baussant, dell'antico sigillo con due
cavalieri su un solo cavallo, e dell'orrendo e
blasfemo rito contro il Crocifisso, tutto
ciò, dunque, come vedremo, può essere
spiegato solamente alla luce della cultura e della
tradizione celtica.
Cominciamo, dunque, da Bafometto. Bafometto:
quell'orrido idolo che (secondo le accuse
ufficialmente mosse ai Templari) «ha la forma
d 'Ima lesa d 'Momo con una gran barba, e viene
baciata e adorata nei capitoli provinciali».
Innumeri sono state le ipotesi fatte sulla sua
etimologia e sul suo significato. Fulcanelli ("Le
dimore filosofali") lo dice essere <~I 'emblema
completo delle tradizioni dell 'Ordine, usa~o come
paradigma esoterico, sigillo della cavalleria e
segno di riconoscimento); si tratterebbe dunque,
secondo il grande alchimista francese, di un
simbolo dell'Arte Reale, e il suono ne deriverebbe
dal greco hafeùsnlétis che vuol dire
"colui che tinge, ossia che conferisce la
saggezza".
«Bafometto appare quindi -conclude
Fulcanelli- come il geroglifico completo della
Scienza, rappresentata del resto dalla
personalità dell'antico Pan, immagine mitica
della Natura in piena attività».
Lo Charpentier ("I misteri dei Templari")
propone la derivazione etimologica da "Mahomet", e
similmente Demurger ("Vita e morte dell'Ordine dei
Templari"), concordando col Sicci, dice che la
parola Bafometto altro non è che la
corruzione di Maometto, e va intesa come il segno
della conversione all'Islam di parte dei cavalieri
del Tempio.
A citare le ipotesi (o meglio: i voli di
fantasia, poiché nulla le suffraga) si
potrebbe continuare a lungo. Ma la realtà
è assai più semplice e, per
scoprirla, è sufficiente ricercare il
significato della "testa mozza" presso i Celti
(significato peraltro comune a tutti i popoli che
affondano le loro radici nelle "terre della
steppa", poiché è là che il
culto dei crani ha avuto origine). Anche i
progenitori dei Romani venivano di là, dalla
steppa; per questo quando, durante gli scavi per le
fondamenta del Tempio di Giove Optimo Maximo, venne
alla luce una testa umana, il fatto fu interpretato
come favorevole auspicio e si predisse che il luogo
(Capitolium, da caput humanum) sarebbe divenuto "la
testa" dell'Impero.
Anche molte chiese cristiane -sorte in sit:i di
forti tradizioni celtiche- fanno ampia mostra di
teste e di crani scolpiti; tra le molte si
ricordano quella irlandese di Clonfert e quella
svizzera di Payerne, entrambe medioevali.
Non v'è poi chi non ricordi il famoso
episodio di Alboino, che avrebbe costretto Rosmunda
a bere in un calice fatto col cranio di suo padre
Cunimondo, re dei Gepidi.
Insulto per il morto? No, tutt'altro,
poiché il cranio era considerato ricettacolo
dei poteri -intellettuali e spirituali- dell'uomo;
per tale motivo si conservavano accura tamente le
teste dei nemici uccisi, inchiodandole
sull'arçhitrave della porta di casa con
quelle dei valorosi, poi, si facevano preziose
coppe nelle quali, col più profondo
rispetto, si beveva il vino (bevanda magica)
durante le grandi solennità. Le leggende
celtiche sono piene di racconti in cui si parla del
potere occulto dei crani. Finn, il capo dei Fianna
(mitici guerrieri d'Irlanda), apprende molte cose
sul passato di Oisin, suo figlio, col solo imporgli
le mani sul capo.
Un antico racconto gallese narra di Peredur
-giovane e prode cavaliere corrispondente, a un
dipresso, al nostro Parsifal- che, entrato in un
castello, avrebbe assistito ad una strana
processione: prima due valletti con una enorme
lancia da cui colavano tre rivi di sangue; poi due
fanciulle «che portavano un vassoio sul quale
si trovava la testa di lm uomo immersa nel suo
sangue e qui, come si vede, la testa mozza tiene
l'esatto, magico e salvifico ruolo che la coppa del
Graal avrà poi nella letteratura
cristiana.
Assai interessante è il racconto (sempre
gallese) intitolato "Branwen, figlia di Llyr", dove
si menziona un mitico eroe, Brân, che
prossimo a morte per una ferita di lancia
awelenata, avrebbe ordinato ai suoi amici di
tagliargli la testa, dicendo «prendete la mia
testa e portatela con voi; per voi essa sarà
una compagnia piacevole, e ne avrete gioia come se
io fossi con voi; inoltre essa sempre vi
proteggerà e terrà lontano ogni
flagello dalle vostre terre»; così
realmente avvenne, sì che essi trascorsero
il tempo nell'ahbondanza e nella letizia, e per
quante sofferenze avessero viste, per quante ne
avessero patite, non ne serbarono memoria, come
più non ricordavano alcun dolore al
mondo.
Quanto ai Germani (parenti stretti dei Celti, o
forse Celti essi stessi e addirittura nucleo
originario e più puro di tale stirpe, come
taluno asserisce), è nota la strofa XLVI del
canto della "Voluspà" ("la veggente") in cui
si descnve l'atmosfera cupa regnante nelle Alte
Aule degli Dei all'approssimarsi del ragna rok (il
Crepuscolo degli Dei, ossia la fine di questa Era,
di questo nostro Mondo); così vi si
legge:
«liete si apprestano a combattere le Forze
del Male e già calpestano il Ponte che
adduce ai Troni degli Dei; il destino ormai sta per
compiersi e Heimdallr, il santo custode, suona a
gran forza il grande corno di guerra; in silenzio,
Odino conversa con la testa di Mimir e da lei cerca
consiglio».
Grande era ritenuto infatti il sapere delle
teste dei morti: se le si interrogava in maniera
opportuna, tutto da loro si poteva apprendere.
M.Eliade, noto studioso di storia delle religioni,
sottolinea come «la divinazione a mezzo della
testa mummificata di Mimir ricordi la divinazione
mediante i crani di antenati sciamani praticata
dagli Yukaghiri delle steppe asiatiche. Ma questo
non deve meravigliare poiché entrambe le
culture (la celtica e la germanica) hanno
conservato numerosissimi ed evidenti tratti
sciamanici.
Anche il Cristianesimo, come noto, ha sempre
onorato una testa mozza, quella del Battista. . il
che spiega il grande culto riservato a tale Santo
proprio dai Templari.
Questo è dunque il significato del famoso
idolo, Bafometto. A conferma di tale ipotesi, ecco
ora quella che sembra essere la sua corretta
etimologia: dall'anglosassone hoff n mat che vuol
dire "il sapiente opaco"; opaco e dunque "morto,
ormai entrato nei Regni dell'Aldilà (..) la
sapienza che è insita in ogni testa mozza",
potremmo più chiaramente dire.
Anche il Baussant, il famoso vessillo templare,
trova la sua spiegazione nella tradizione celtica.
Anzitutto due parole sull'etimologia che non va
ricercata, come è stato fantasiosamente
proposto, né in beau sang (il bel sangue"),
né in vaut cent ("vale cento"), ma assai
più semplicemente nell'antico termine
baussant che compare nel vocabolario francese e
significa "di due colori"; inizialmente fu
applicato al mantello dei cavalieri, poi fu esteso
all'araldica quale sinonimo di "bipartito". Questa
è, dunque, l'etimologia.
Circa il suo significato filosofico, risulta
chiaro dal racconto irlandese "La razzia del
bestiame di Cooley" ("Táin Bó
Cuailnge") da cui apprendiamo come, un tempo, vi
fossero due grandi amici, tra i quali però
la malignità della gente seminò
l'invidia. sì che presero a combattersi
senzaposa assumendo le sembianze di vari animali,
con valenze sia positive che negative, infine si
trasformarono in due splendidi tori, uno bianco
immacolato ed uno tutto nero (detto, quest'ultimo,
il "bruno di Cuailnge"). Tremenda fu la lotta fra i
due tori ed il Nero nella sua furia tuho distrusse
ahorno a lui (anche le Forze del Male); poi
entrambi morirono e nessuno poté dire chi
fosse stato il vincitore.
L'insegnamento del racconto (tuho scandito sul
duale, vera"fissazione" celtica!) è
evidente: tuho, quaggiù, è
determinato dalla loha tra due principi, Bianco e
Nero, ossia Vita e MGrte, Creazione e Dissoluzione;
all'ultimo -alla fine del Mondo- sembrerà
che prevalga il Nero, la Dissoluzione, ma in
realtà non sarà così
poiché essa -proprio in quanto principio
dissolutore- distruggerà anche se
stessa.
Circa l'origine di tale contesa, nulla di
preciso si può dire: infahti le due Forze
all'inizio -ossia quando stavano ancora "nel grembo
di Dio"- erano amiche fra loro e non perdevano
occasione per amorevolmente aiutarsi a vicenda...
ma poi tutto cambiò... o forse no, forse
anche ora, quaggiù, nulla è cambiato
poiché le Forze di Vita -col loro fascino
luminoso- prepotentemente ci attirano verso l'Alto,
mentre le Forze della Dissoluzione, con gli
infiniti dolori che ci procurano, costituiscono i
gradini necessari per compiere la difficile
ascesa.
Altro racconto celtico, assai istruttivo per
quanto attiene la dualità, è quello
intitolato "La navigazione della barca di
Maèl Dùin", dove si narra di
«un'isola divisa in due da uno steccato di
bronzo (bronzo: metallo di morte e di dolore, e
quindi simbolo della crudele Legge del Divenire).
Da una parte dello steccato vi era un gregge
bianco, dall 'altra uno nero. Un gigante separava
le greggi. Ogni volta che metteva una pecora bianca
al di là dello steccato fra le pecore nere,
essa diventava subito nera; e ogni volta che una
pecora nera era messa fra le bianche, subito
diventava bianca». Il significato è
chiaro: il gigante è il Fato, è
l'imperscrutabile volontà di Dio, quella che
a suo piacere provoca il cambiamento di colore
delle pecore, ossia trasmuta le Forze di
Dissoluzione in Forze di Vita e viceversa. Ma noi,
poveri uomini, come potremo mai stabilire
ciò che è Bene e ciò che
è Male? Altro non ci resta che vivere la
nostra vita di lotte e di sofferenze in
umiltà, senza mai azzardare giudizi sul
comportamento del nostro prossimo... "Non giudicate
e non sarete giucati", è stato infatti detto
da Gesù; ed i Templari, ossequienti a questo
comandamento, mai hanno esitato ad accogliere gli
scomunicati nelle loro file, né ad
intrattenere amiche voli rapporti con i seguaci
dell'Islam.
Baussant, ovviamente, compare anche nel grande
gioco celtico, quello degli scacchi, che si
svolgeva su una scacchiera detta fidchell ("il
legno dell'intelligenza") ed era appannaggio degli
Dei, dei Re e dei guerrieri: ossia di coloro i
quali, manovrando opportunamente le Forze del
Bianco e del Nero, potevano determinare le sorti
dei popoli (per l'enorme diffusione di questo gioco
presso i Celti ed i Germani, si veda, ad esempio:
Edda, Voluspà, VIII e LXI; il racconto
irlandese de "Il sogno di Ronabwy"; i racconti
irlandesi de"Il corteggiamento di Étain" e
"La battaglia di Mag Tuireadh"; e così via).
Ma Baussant -se considerato sotto l'ottica celtica-
fornisce un altro importante ammaestramento, in
perfetta sintonia con la filosofia cavalleresca.
Baussant, lo stendardo dai due colori... ma cosa
separa fra loro questi due colori, che possono
essere intesi come simboli del Mondo (il Nero) e
del Sovramondo (il Bianco)? Li separa solamente una
linea, una sottilissima linea, e chi saprà
superarla diverrà purissimo Eroe, signore
del Cielo e della Terra (o di "entrambe le spade",
per usare la terminologia del Graal).
Ma come si fa a superare questa impercettibile
linea (linea adombrata, in altri racconti, dal
"guado periglioso", dal "ponte sottile come il filo
di una spada", dalla "porta che si apre per una
frazione di secondo e poi subito si chiude";
Gesù, nel Vangelo di Matteo, le dà il
nome di "porta stretta", ed è la porta della
Morte)?
Un metodo c'è, per attraversarla, ed i
Celti ne parlavano come di avanture. Avanture (da
noi si dice "avventura", ma il senso è
troppo materiale, e quindi ristretto e limitativo)
è un'impresa straordinaria in cui uno
è chiamato a dare alta e nobile prova di
sé, della sua capacità di trascendere
le normali limitazioni umane: la paura della Morte
e dell'Ignoto, in primo luogo. Cercare l'avanture:
ossia balzare in sella, armarsi di lancia e spada e
gettarsi a capofitto nella mischia, tanto meglio se
si è stanchi e soli, se i nemici sono molti
e agguerriti. Tanto meglio: perché allora
maggiormente rifulgerà il nostro potere
spirituale (è sempre il nostro Spirito che
domina la Materia!) e Dio si manifesterà in
noi dando forza al nostro braccio e aiutandoci a
sviare i più pericolosi colpi
dell'avversario.
L'avanture: ossia l'irruzione del Sacro nel
Profano, la fusione, in un unico colore, del Bianco
e del Nero di Baussant. L'avanture: è per
suo amore che i Templari -secondo Giacomo di Vitry-
«tutte le volte che li si chiamava alle armi,
mai chiedevano quanti fossero i nemici, ma
unicamente in qual luogo essi si
trovassero».
Veniamo ora alla questione dell' antico sigillo
templare raffigurante due cavalieri montati su un
solo cavallo, e sul quale molti si sono commossi
pensando che i primi Templari fossero così
poveri da non avere neanche un cavallo a testa!...
Assurdo! Si tratta invece di un simbolo "duale" che
si riporta, per di più, all'antica
cavalleria celtica, così descritta da
Gerhard Herm ("Il mistero dei Celti"): «sul
cavallo stavano due cavalieri: l'uno lanciava i
giavellotti durante la carica e quindi smontava,
l'altro, tirato da parte e impastoiato il cavallo,
dava di piglio, come il compagno, alla spada o alla
lancia».
Celtico è altresì -come
significato- quel famoso rito blasfemo di cui
così si legge nelle accuse rivolte ai
Templari: «quelli che sono ricevuti
nell'Ordine... vengono condotti dietro l'altare e
in Sacrestia, e il Maestro mostra loro la Croce con
la figura di Nostro Signore, e ordina loro di
rinnegarlo tre volte, e per tre volte di sputare
sulla Croce».
Già quell' insistere sul numero tre
dovrebbe metterci sull'avviso, poiché la
triade indica un modo di pensare tipicamente
celtico (per i Celti, infatti, ogni essere, ogni
cosa, ogni concetto è trino e suscettibile
di essere inteso, e di manifestarsi, su tre piani
diversi); di conseguenza anche il rito di cui
trattasi è da ritenere celtico e indubbia
mente connesso con quei "riti di iniziazione
guerriera" che prevedevano una iniziale presa di
contatto con le Potenze degli Inferi (ossia con gli
avversari di Cristo, Signore dei Cieli e della
Vita).
Per questo Cú Chulainn, il mitico eroe
irlandese, per imparare l'arte dei guerrieri
dovette scendere nel Paese delle Ombre e qui
recarsi dalla loro regina, Scathach "la
Tenebrosa".
Anche Finn, il comandante dei Fianna d'Irlanda,
per vincere il Re del Mondo (Signore di ogni
Negatività) fu costretto ad inviare un
messaggero nel Regno dei Morti per cercarvi la
magica spada forgiata dal fabbro dei Fomori (ossia
le Forze Infere e di Dissoluzione per
eccellenza).
Il guerriero, infatti, deve divenire maestro
nell'arte di uccidere e quindi non può fare
a meno -almeno inizialmente- di prendere stretto
contatto con i Demoni della Morte e di ogni
Negatività... poi, però, dovrà
riscattarsi impiegando la sua spada unicamente a
fin di bene e mai per sé, ma per gli altri
o, meglio ancora, per l'infinita gloria di Dio. Per
questo il motto dei Templari era: «Non a noi,
Signore, non a noi, ma unicamente al Tuo Santo Nome
dai gloria!».
Per questo -similmente e come già
accennato- i Templari grandemente onoravano San
Giovanni Battista: si diceva infatti che anch'egli,
dopo morto, fosse sceso agli Inferi, per
familiarizzare con i Demoni e predicare fra loro la
dolce Parola di Gesù (e il Suo sarebbe stato
il "Quinto Vangelo", a noi ignoto).
Squisitamente celtico, infine, è
l'appassionato culto templare per la Vergine Maria.
Nessun popolo, forse, ha onorato la Donna
più dei Celti che vedevano in lei quasi un
trait-d'union con l'Aldilà, poiché la
riconoscevano più pronta dell'uomo a
percepire le voci dell'Occulto, forse in
virtù di una maggiore sensibilità
psichica e di un più raffinato, misterioso
intuito.
Per questo il guerriero riceveva le armi da una
Dama, e spesso la filiazione uterina faceva premio
su quella paterna; per questo accanto ai collegi
dei Druidi si trovavano comunità di
sacerdotesse celtiche, e ovunque la donna
partecipava alla vita da pari a pari con l'uomo,
specie se questo era suo sposo.
Per questo, pur essendo la religione celtica
squisitamente solare, la somma divinità era
una Dea; a chi chiedeva loro ragione di tale
apparente contraddizione, essi rispondevano:
«Così è anche nel volgere del
giorno: il Sole è superiore alle tenebre
della Notte, ma è dal mistero di queste che
Egli si leva radioso ogni mattino».
Il culto dellaVergine Madre presso i Templari:
per ben comprenderne l'intensità, nulla vi
è di meglio che rileggere gli antichi
regolamenti dell' Ordine, in cui è scritto:
«le orazioni a Nostra Signora si devono
recitare ogni giorno, per prime, nella Magione,
salvo la compieta di Nostra Signora che si recita
tutti i giorni, nella Magione, per ultima,
poiché nel Nome di Nostra Signora ebbe
inizio il nostro Ordine, e in Suo onore, se Dio
vuole, sarà la fine della nostra vita e
dell'Ordine stesso, quando a Dio piacerà che
ciò accada».
Nostra Signora: in Irlanda la si diceva
Morrigán ("la grande Regina"), e presiedeva
alla Vita e alla Morte; era altresì possente
Signora della Guerra, là dove Vita e Morte
sempre inestricabilmente si fondono.
Un altro inequivocabile indizio delle radici
celtiche dei Templari si ha nella concezione del
"monaco-cavaliere".
Per noi, abituati alla tripartizione indoeuropea
(che vuole la società scandita in tre
classi: oratores, bellatores e lahoratores), l'idea
sembra un po' strana.
Ma non così per i Celti, abituati da
sempre a vedere nei Druidi dei sacerdoti guerrieri
e, nei guerrieri, dei Druidi in armi (si veda, ad
esempio: Mago Merlino che, alla testa dei cavalieri
di Re Artù, combatte sotto le mura di
Carohaise; Cé, il druido di Re Nuada, che
muore per le ferite riportate alla battaglia di Mag
Tuireadh; e Finn il grande guerriero d'Irlanda, che
in più occasioni si dimostra assai esperto
nelle arti druidiche: era infatti suo compito
difendere la Patria non solamente contro gli
attacchi degli uomini, ma anche contro quelli degli
Spiriti cattivi).
Né il Cristianesimo (almeno nei primi
tempi) riuscì a modificare molto le cose,
poiché gli abati irlandesi continuarono ad
officiare con la lancia in pugno, ed i monaci a
cingere la spada (così, ancora nel XII
secolo, riferisce un chierico gallese).
Sempre, là dove erano ancora vive le
tradizioni celtiche, si ragionò così:
poiché giustamente si riteneva che la guerra
fosse cosa non da uomini ma da Eroi, sì che
per combatterla occorrevano guerrieri capaci di
trascendere la condizione profana e di prendere
contatto col Mondo del Sacro. Occorrevano, insomma,
"monaci-cavalieri": i Templari, dunque.
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Bibliografia
G.Malvani, "Della sapienzialità
Templare", Edizioni Penne & Papiri, Latina
1997
G.Herm, "Il Mistero dei Celti", Garzanti, Milano
1982.
F.Le Roux-C.J.Guyonvarc'h, "La civiltà
celtica", Ed. Il Cavallo Nero, 1987.
J.Filip, "I Celti alle origini dell'Europa",
Newton Compton, Roma 1980.
M.Riemschneider, "La religione dei Celti", Ed.
Il Falco, 1979.
Piggots, "Il mistero dei Druidi", Newton
Compton, Roma 1988.
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L'enigma
della stele di turoe
di Adriano
Gaspani
Abstract:
The enigma of
the Turoe
stele
by Adriano Gaspani
Some of the most important
findings of the celtic civilization in Europe
during the Iron Age are the stele in granite,
carved and decorated with geometric designs. The
Turoe stele is a cylindrical monolithic in granite
coming from the period between the Ist century B.C.
and the Ist century A.D. and has been found during
an excavation in the year 1938 in Ireland, at
Feerwore, near Galway. Looking at the decorations
on the stele we can admire something of
extraordinary beauty, in particular the spirals and
the way they are represented. Unfortunately we
don't know its function but we suppose it was
connected to the worship and that its decorations
had certainly a meaning and a symbolic value.
Furthermore we suppose that the people that used
the stele during the cerimonies were the Druids,
the ones holding the astronomic knowledge of the
Time.
Abrégé:
L'enigme de
la stèle de
Turoe
de Adriano Gaspani
Parmi les pièces
archéologiques les plus importantes de la
civilisation celtique qui s'est
développée en Europe pendant la
période du Fer sont sûrement les
stèles de granit sculptées et
décorées avec des dessins
géométriques. La stèle de
Turoe est un monolithe en granit à la forme
d'un cylindre qui remonte à une
période entre le Ier siècle avant J.
C. et le Ier siècle après J.C. et fut
retrouvée pendant une fouille en l'an 1938
en Irlande, à Feerwore, aux alentours de
Galway. D'une analyse des représentations de
la stèle de Turoe on reconnait une
caractéristique fondamentale de la
décoration qui va au delà des
questions esthétiques. Cela devient
particulièrement évident si l'on
examine les spirales représentées et
si l'on mesure les dimensions des rayons de
courbure.
On ne connait pas la
fonction originelle de la stèle de Turoe
mais on pense qu'elle était liée au
culte et que ses décorations avaient une
précise valeur symbolique et de codification
pour quelque information. On croit en effet que les
personnes qui ont érigé la
stèle étaient les Druides, les
gardiens du savoir astronomique du
Temps.
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I
CELTI DISCENDONO DAI SUMERI?
Sulle tracce di curiose coincidenze
di Manlio
Farinacci
Abstract:
Celts or
Sumerians?
by Manlio Farinacci
The first movings of the
Celts from their places to the north of Iran and
India, called Ariana, where to the East Indus
valley and the valley of Tigris and West Euphrates
more or less 10.000 years B.C.
Some curious
caracteristics of the language and some references
to the historical events let us think about a
possible contact with a population named
"Sumerian".
Les Celtes
desendent ils des
Sumers?
de Manlio Farinacci
Les premiers
déplacements des Celtes de leur territoire
au nord de la Perse et de l'Inde, appelé
Ariana, furent dirigés selon l'histoire,
vers la vallée du fleuve Indo en orient et
vers la vallée du Tigris et Euphrates en
occident au cours du 10.000
a.J.C.environ.
Des curieuses
caractéristiques linguistiques et des
extraits historiques font penser a un probable
contact avec des populations appelées
"Sumériennes".
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I primi spostamenti dei
Celti dal loro territorio situato a Nord della
Persia e dell'India, chiamato l'Ariana, avvennero
secondo quanto è riportato, verso la valle
dell'Indo a Oriente e quella del Tigri e
dell'Eufrate Occidente circa il decimo millennio
Avanti Cristo.
Anteriormente al primo millennio Avanti Cristo
ma senza date precise essi furono riportati
variamente in Europa specialmente nelle Isole
Britanniche coi nomi di Gaelici e Goidelici e in
Italia Centrale col nome di Protocelti.
Questi, in piccole masse combattive, erano tutti
guerrieri tagliatori di teste di cui facevano
orgogliosa mostra appendendole davanti alle loro
capanne (O. Launay).
Si definivano vanagloriosamente "Gal" che nella
loro lingua significa "potente, coraggioso", e
anche "grande condottiero". (...)
La loro lingua si arricchì di vocaboli
dei finitimi persiani e tribù
semitico-accadiche in conseguenza dei presumibili
contatti per scambi commerciali e per l'avvento di
regnanti di diversa cultura molto spesso
alternatisi subendo così anche variazioni di
pronuncia di alcune parole della propria
lingua.
Infatti la "c" dura della loro lingua per
l'influenza di quelle semitiche acquisì un
suono fortemente aspirato, simile ad una "h",
quello cioè che troviamo nella pronuncia
toscana della "c" intervocalica, mentre in altre
combinazioni sillabiche essa conservò il
suono di "k".
Quella lingua celto-sumerica in cui sono tutte
le stesse vocali e le due semivocali "w" e "y"
oltre al continuo non regolare scambio tra "b" e
"p", tra "g, k" e "q" e altri adattamenti locali
come dimostra ad esempio il noto immortalato nome
di "Nabucodonosor" che di venne anche
"Nabukuburriusur, lu gal sha Babeli" significante
"Nabucodonosor il grande Re di Babilonia", come
pure "Nebuchadnezzar" e altre versioni sempre
dovute a qualche diversità delle componenti
del nome di natura agglutinante.
Un piccolo esempio di parole celto-sumemiche
chiamate poi indoeuropee possiamo vederlo nel
celto-sumerico "gauh", "bue", divenuto "cow" in
inglese (pronunciato "cau") e "kuh" in tedesco col
significato di "vacca".
Parimenti "lu gal" sumerico è una
testimonianza dell'origine gallo-celtica della loro
lingua il che troviamo anche in nomi dell'accadico
e nei suoi dialetti assiro e babilonese.
Al rinvenimento delle pietre o tavolette con
incisi caratteri cuneiformi. ora conservate al
British Museum di Londra, nella loro prima lettura
non si capì che la lingua sumerica era di
tipo agglutinante (vedi l'ungherese e il finnico)
le cui componenti erano in maggioranza
celto-sanscrite.
Vedere infatti l'esempio del nome del Re di Uruk
predecessore di Sargon I° scritto in un unica
parola e cioè "Lugalzagesi" che è
formato dalle tre parole "Lu-gal-zagesi" che
proprio in celtico significano "Il potente
calcolatore".
Anche il Re della dinastia Cassita chiamato
"Kurigalzu" aveva un nome agglutinante scindibile
in Kuri-gal-zu " .
Quando il Re Sargon I° salì al trono
nel 2334 Avanti Cristo, usò nella scrittura
il suo dialetto accadico ma verso il 2200 a.C. si
tornò a scrivere e usare di nuovo
nell'Amministrazione il sumerico (fu questa
continuativa alternanza che trasformò il
sumerico in etrusco come proporremo.).
Anche secondo quanto scriveva "Le Scienze"
n° 261 del Maggio 1996 "...gran parte delle
lingue occidentali deriva da una ramificazione
orientale.... Contatti con lingue semitiche in
Mesopotamia portarono al l'adozione di numerose
parole straniere."
Il non riconoscimento fino ad epoca recente del
sumerico come lingua indoeuropea in quanto questo
popolo lo si presumeva scomparso dalla Storia e le
tavolette con scrittura cuneiforme non erano state
ancora trovate, non ha tenuto presente il fatto che
tutte le popolazioni del Medio Oriente hanno sempre
aspirato a raggiungere le terre dove "il sole non
tramonta mai" e che quindi si siano spostate nei
secoli verso occidente seguendo proprio il corso
del Sole. Per terra risalendo il corso del Danubio,
per mare con zatteroni alla deriva trasportati
dalle correnti in prossimità delle Coste
Nord-mediterranee.
I Sumeri dunque in questi spostamenti via mare
sarebbero approdati nelle coste tirreniche a nord
dello sbocco del Tevere nel territorio già
abitato dai Protocelti, riportati nell'albero
genealogico delle lingue indoeuropee dei
sovietici-caucasici Gankrelidge e Ivanovic e dal
tedesco A. Schleicher, respingendoli man mano nella
loro espansione, verso le zone sabine ed umbre
attuali come riportato nel testo di Storia delle
Scuole Pontificie del 1789.
Che i Protocelti abbiano abitato anche le coste
della Toscana e dal Lazio è testimoniato dal
fatto che in alcune tombe di Tuscania furono
trovate alcune Svastiche attribuite ai Celti ivi
insediati prima dell'arrivo degli Etruschi dai
quali essi furono respinti verso l'attuale Umbria
della riva sinistra del Tevere. In queste zone a
etnia mista oltre le svastiche si trovano altri
reperti tipici dei Celti quali le Rune (la Runa
Raido significante "il viaggio dell'anima dopo la
morte vastamente ripetuta, nella roccia di soffitta
a volta, d'una tomba etrusca sulla sponda di un
torrente presso Baschi e un bacino femminile della
fecondità tipicamente celtico, nella stessa
zona.
Siccome simili reperti sono rinvenibili soltanto
nelle zone di confine non li si può
attribuire decisamente alla cultura sumero-etrusca
avente la stessa origine ma diverso sviluppo in
quanto detti reperti non li si rinviene in altre
zone a etnia prettamente etrusca.
A testimoniare il protrarsi nei secoli delle
lotte in Italia centrale tra i Sumeri chiamati
ormai Etruschi (dal celtico "Tursh" che significa
arcigno, altezzoso, e riportato nelle Tavole
Iguvine come Tursce) e i Protocelti chiamati ormai
Galli da Gal = coraggioso, le quali lotte
culminarono in periodo storico con l'occupazione di
Roma nel 387 a.C. perché considerata etrusca
e quindi da debellare da parte dei Celti Galli e
Sanniti, esistono il sarcofago dell'Abbazia di
Farfa in Sabina in cui sono raffigurati gli
Etruschi a cavallo e coperti di vestiario in
combattimento contro i Celti nudi e a terra, quello
di Pieve di Perugia con la stessa raffigurazione e
infine quello del museo Celtico di Treviri in
Germania di cui non si conosce la provenienza
italica, anche questo con la stessa
raffigurazione.
L'accordo di confine che pose fine agli scontri
invece raggiunto pacificamente tra Etruschi e
Celti, Tursce e Naharci (Celti del Nera) delle
Tavole Iguvine, nella città sacra del
paganesimo celtico non dissimile da quello etrusco
per simbolismo e riti comuni, accordo limitato alla
zona sacra dell'attuale città di Gubbio,
è dimostrato dal nome accadico-sumerico di
Ekibié (nome dell'Arca della Alleanza
Ebraica) latinizzato, nel riportarlo, in Agabium,
col suo significato appunto di Accordo o Alleanza
sacra, e che è divenuto in italiano Gubbio
dall'Agobbio menzionato come tale da Dante
Alighieri nella Divina Commedia parlando di
"Oderisi d'Agobbio".
L'analogia tra la Valle Ternana e quella di
"Nocera Umbra-Gualdo Tadino" con a occidente di
entrambe relativamente Carsulae e Agobium, la si
desume dalle ricerche archeologiche, storiche,
linguistiche e di con figurazione orografica,
effettuate dallo studioso Sante Cioli.
Infatti al centro di dette Valli, egli fa
rilevare, come per quella ternana vi è il
paese di Cesi sotto la "penna" di Sant'Erasmo e il
monte sacro di Torre Maggiore con in cima i suoi
Santuari, in quella Nocerina vi è il paese
di Colle sotto il monte la "Penna" e il Monte
Merlana con in cima i suoi Santuari.
Il toponimo Merlana non è che
l'italianizzazione ortografica del gallo-celtico
"Maer" che si pronuncia "Mer" e significa
"Maggiore" e "llana" che è il plurale di
"llan" che significa "santuari". Quindi "Merlana"
è Santuari Maggiori analoga a Torre
Maggiore.
La presumibile epoca dell'arrivo sulle coste
Tirreniche di questi Sumeri combaciante con quella
altrettanto presumibile dell'arrivo degli Etruschi
in detta medesima zona, con la loro lingua misto di
sanscrito e persiano come dimostrato recentemente
dal Bernardini Marzolla nel libro "L'Etrusco una
lingua ritrovata", e le varie particolarità
della pronuncia toscana in rapporto a quelle
semitiche attuali, potrebbe convalidare molto
logicamente la tesi che i Sumeri ritenuti
misteriosamente scomparsi dalla Storia o assorbiti
dagli ebrei secondo qualche tesi di costoro, siano
in realtà gli Etruschi.
Anche essi quindi di origine celtica come ora si
sta tentando di dimostrare con ulteriori tesi a
volte anche azzardate secondo il nostro parere,
benché apparente mente tutte logiche e
verosimili.
Il fatto che nelle Tavole Iguvine sia
specificato che "dai Riti della Confraternita degli
Atiedii in Gubbio siano tenuti lontano i Tursce
(Etruschi) e i Naharci (Celti Umru)" deve suggerire
l'idea che i Celti di tutta la riva sinistra del
Tevere estendentisi fino alla riva destra del Nera
(Nahars) venivano chiamati Naharci, cioè
popolazioni del Nera, non in quanto tali per i loro
insediamenti presso il fiume i quali invece si
estendevano fino a Nord nelle Marche anch'esse
celtiche, ma perché appartenenti alla
religione che aveva i suoi centri più
importanti presso il Nera (zona di Terni) che dava
loro il nome, con al centro di essa la Montagna
Cosmica di Torre Maggiore (Terra Majura) e Carsulae
(Car-suli) capitale o città sacra del
Paganesimo celto-germanico. Questa quando fu
chiaramente minacciata dal Benedettismo della
Chiesa Cattolica provocò le invasioni dei
Longobardi che si insediarono a Spoleto in sua
difesa, come poi a Benevento in difesa di Juvanum,
Sepino ecc. nel Sannio e a Pavia in difesa della
Celtica-Padania.
La grande vallata di Nocera Umbra con inclusa
Gualdo Tadino, confinante con Gubbio al suo
occidente come abbiamo già riportato,
secondo i reperti archeologici celtici di ogni tipo
in essa scoperti, inclusi i toponimi e la sua
configurazione orografica era analoga a quel la di
Interamna (Terni), come risulta ripetiamo dalle
lunghe accurate ricerche dello studioso Sante Cioli
di Colle di Nocera, per cui non essendo detta Valle
situata presso il Nera, i suoi abitanti Celti Umru
"da tener lontani dai Riti degli Atiedi" non
potevano esser chiamati Naharci se non per
"appartenenza religiosa".
Se la detta Civiltà Sumerica di cui
stiamo parlando in relazione agli Etruschi, che per
importanza fu la prima del Medio Oriente, non era
mai stata definita celtica per mancanza di
informazione, (la scoperta delle tavolette
sumeriche con scrittura cuneiforme è molto
recente) quella del terzo e secondo millennio
Avanti Cristo fiorita in zone diametralmente
opposte e cioè presso le Coste del
Mediterraneo orientale, vagamente ubicate tra
Galazia (Anatolia) e Galilea, è sempre stata
definita come grande civiltà
indoeuropea.
Quella cioè degli Ittiti, guarda caso
anch'essi scomparsi dalla Storia.
(Scherzi dei Concili di Laodicea e Nicea ?)
Alcuni ricercatori affacciano l'idea che gli
Ittiti fossero frange sumeriche verificatesi nello
spostamento verso occidente appunto dei Sumeri
erranti non inglobati nei Caldei, i Babilonesi e
gli Accadi, basandosi su analogie linguistiche e
culturali nonché sulle datazioni.
Ebbene, studi approfonditi sono in corso di
effettuazione partendo dalla considerazione che gli
Ittiti in quanto Celti erano parimenti ai Galilei e
i Galati, adoratori del Sole, chiamati Esseni in
Galilea come lo fu il Gesù di Nazareth
(Rotoli di Qumram). Figli dunque e adoratori del
Sole.
Le ricerche linguistiche, oltre a quelle
archeologiche che forniscono reperti di una
simbologia del tutto identica in molti casi
farebbero individuare gli Ittiti poi nei Troiani.
Quindi non popolazioni scomparse anche questi ma
sempre spostantisi verso l'occidente dove il Sole
non tramonta mai.
Non ci dilungheremo molto su questo argomento
per altro a volte anche controverso ma faremo
presente che se il Sole in galileo-aramaico Aesun
ha dato il nome di Aessen ossia Esseni ai
Celto-galilei, essendo i Troiani adoratori del Sole
in quanto Ittiti, furono chiamati da coloro che li
portarono alla ribalta storica, cioè i
Greci, col nome del sole in lingua greca che
è Elios (pronuncia Ilios).
Da cui invece di Esseni il nome collettivo di
Ilion accanto a quello di Frigi o Troiani derivanti
da Tros, nipote di Dardano Re della Frigia, che
fondò la città di Troia.
Allora quando Virgilio nel Sesto Libro
dell'Eneide riporta i Teucri o Troiani fondatori di
Roma, col suo linguaggio esoterico ormai dimostrato
intendeva i Celti che non taceva provenire dalla
Valnerina Umbra come Terenzio Varrone, ma dalla
Troade immortalata dai poemi omerici.
L'Impero Romano richiedeva ora origini
più nobili di quelle dei pastori umbri
Romolo e Remo e, Virgilio, celta di Mantova, lascia
però comprendere la celticità dei
Teucri facendoli attestare originariamente "per
chiedere protezione", in Sabina molto lontano dal
loro approdo, presso la reggia del Re Picus, (mai
esistito) ma che in realtà era il Dio Fallo
adorato dai Celti (Picus latino è il Picun
celtico che significa Fallo).
Perché i Celti ribadiamo erano adoratori
del Sole e del Dio Fallo (Bel-ten) protettore della
procreazione e della fecondità in generale.
E la "protezione" richiesta dai Teucri era solo di
questo genere. A Carsulae il primo Santuario
salendo la Via Sacra venendo dalle Terme era quello
fallico e l'ultimo era quello del Sole.
Per quanto riguarda la lingua sumerica che
presumiamo di ritrovare come sottofondo del toscano
diverso dall'Umru per gli apporti persiani e
semitici, riporteremo che il nome maschile
sumero-accadico Awil ("to my brother Awil" del
testo inglese che ne tratta ) lo troviamo solo in
un reperto celtico di Todi come Awile, quella Todi
considerata porta etrusca verso la Celtica il cui
nome etrusco originario era Tular che significa
appunto Porta (Tor in umru) divenuta poi Tuder in
latino.
Non sappiamo se in qualche scritta etrusca vi
sia altro caso di Awile.
Secondo qualche glottologo germanico "Awil"
potrebbe essere anche "Aghil" dato che la "w" nelle
lingue europee diventa spesso "gh" come in italiano
Wald diventa Gualdo, Walter diventa Gualtiero ecc.,
il che potrebbe essersi verificato nel nome Awil
sanscrito divenuto Achil(eos) in greco.
L'Achille dell'lliade infatti ha origine
sanscrita-vedica dato che l'Iliade omerico è
l'adattamento in ambiente greco del poema sanscrito
Mahaharatta come l'Odissea lo è del Ramajana
e le Favole di Esopo lo sono del Pancha Tantra.
(Odisseus che si perde nei mari è la
trasposizione del principe Rama che si perde nelle
foreste dell'India).
I Troiani, alias Ittiti, ne sarebbero stati i
portatori oralmente in Grecia e quindi in
Europa.
Questo contribuisce a determinare da quando sono
state effettuate le comparazioni, che la Cultura
Classica era di origine indoeuropea parimenti alle
lingue che come l'etrusco irriconoscibile come
celto-sumerico al primo impatto aveva subìto
apporti e adattamenti nell'alternarsi, come lingua
del potere, del sumerico all'accadico e al
babilonese. Come riportato da vari studiosi
d'Israele con motivazioni e spiegazioni molto
convincenti. Che i testi del Mahabaratta, Ramajana
e Pancha Tantra siano stati portati oralmente dagli
Ittiti o Teucri verso la Grecia e un fantomatico
ipotizzato Omero li abbia trascritti, riportandolo
tra il nono e settimo secolo Avanti Cristo,
potrebbe essere dimostrato dal fatto, oltre che
dalle date approssimativamente combacianti, che in
Europa non si è mai trovato nulla che fosse
stato scritto dai Celti perché i Druidi non
insegnavano a scrivere in quanto "conoscere" doveva
significare "ricordare a memoria".
Giusto perché ciò che fosse stato
scritto e non affidato alla sola memoria sarebbe
stato prima o poi dimenticato. La sola scrittura
usata e riservata ai Druidi era quella con segni
runici per le invocazioni agli Dei.
Si spiega così allora il mistero dei due
poemi di Omero definito variamente scrittore o
poeta ma non autore la cui esistenza perfino
è messa in dubbio.
Le prime popolazioni dell'Italia Centrale dunque
insediate dal Tirreno all'Adriatico (Sabina,
Umbria, Marche) furono come già detto i
Celti, chiamati Galli, che lo sbarco degli Etruschi
sulle coste del Tirreno, spinse verso l'interno
della Penisola, nella zona tra il Tevere e le
sponde del Nera.
Poi la discesa dei Galli Senoni dalla Padania
lungo le coste adriatiche spinse anche qui i Celti
verso l'interno e così cominciò a
configurarsi la "Celtica", che verso il decimo
secolo era composta grossomodo (dato il continuo
spostamento di confini e denominazioni)
dall'Umbria, Sabina e Basse Marche, ossia Piceno e
Sannio. Alcune frange isolate erano presenti
compatte fino al Gargano (la Foresta Umbra era il
loro Bosco Sacro più importante), come in
altre zone della Puglia e della Lucania con frange
fino in Campania, il ché è
testimoniato da certe caratteristiche esistenti
nella zona Nocera-Nola a popolazione originaria
picena.
Infatti, a parte la ripetizione del nome Nocera
(campana) e Nocera (umbra), nella città di
Nola esiste la festa pagana chiamata Corsa dei
Gigli identica in tutto a quella di Gubbio chiamata
Corsa dei Ceri.
Anche qui i gigli erano simboli fallici come
quelli di Gubbio, trasformati e coperti di Santi
cattolici e si svolge anche qui nel mese di Giugno.
Ma tutte queste ultime località non
conservarono le caratteristiche della Cultura
Gallo-celtica, perché furono sempre
più assorbite dalla Cultura Greca e quindi
da quella Araba dell'Italia Meridionale, del cui
Regno di Napoli e Sicilia fecero parte.
Al primitivo insediamento gallico della
"Celtica" seguì, tra il quinto e quarto
secolo, quello degli Umru, che furono chiamati
Nahars quelli della riva destra del Nera e Sab-Saf
quelli della riva sinistra.
Scriveva Strabone: "Umbria est regio Italiae
vetustissima et nobilissima", intendendo con detto
nome anche la Sabina.
La risultante Cultura Romana, se era di scuola e
ispirazione greca per quanto riguarda l'arte della
scultura, era celtica-umru per quanto riguarda la
Poesia e la Letteratura in generale. Erano infatti
di origine celtica Virgilio di Mantova, Properzio
di Assisi, Plinio di Spello (con provenienza
comasca?), Tacito di Terni, Ovidio di Sulmona
celto-sannita, Plauto di Sarsina Umbra, Catullo del
Veneto, Tibullo Umbro e Livio Patavino.
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